di Truman Capote — letto a Aprile 2026

Finalmente affronto questo classico della prima metà del '900. Io tendo ad evitare quello che è troppo famoso. Se un libro, un film, una storia sono già dei luoghi comuni c'è una parte di me che mi costringe a starne alla larga. Ovviamente questo mi ha tenuto lontano dal godere e dal capire il mondo in cui viviamo. A Capote ci sono arrivato grazie a un libro sul vizio di scrivere di Piperno. Ci sono arrivato senza pregiudizi perché questa Colazione era talmente un luogo comune, talmente Audrey Hepburn col tubino nero, talmente fuori dal mio mondo di metallo e patafisica, da avermelo lasciato intonso, sconosciuto.

Non avrei mai immaginato di trovarmi davanti ad una storia all'incontrario, piena di avventura e di mistero. Davanti ad una giovane così contemporanea a noi che viviamo a quasi un secolo, una guerra mondiale e una rivoluzione digitale di distanza.

La prima volta che "colazione da Tiffany" viene citato nel romanzo è un'epifania. La giovane Holiday (si dovrebbe approfondire anche il fatto che la ragazza si chiamò vacanza), lei insomma sta raccontando il perché non si fosse presentata ad un provino cinematografico. Lei sapeva che non sarebbe stata scelta, o forse non voleva che fosse scelta. Dice che per fare la diva serve non avere nessun ego. Dice, e qui ho capito molto di me stesso e molto di quello che non mi torna sul quel che si dice delle persone egocentriche, dice, dicevo, che quando sarà ricca e famosa, vorrei essere ancora io a svegliarmi un bel mattino per andare a fare colazione da Tiffany.

Bam! D'un tratto Breakfast at Tiffany's diventa non ci averte mai, come volete voi dei 99 Posse.